Un cortile brulicante di storie. Bambini che crescono sperimentando i sentimenti, esplorando il proprio corpo e immaginandosi la vita domani. Donne che tagliano le scarpe da tennis delle figlie per farci stare dentro il piede che si allunga. Padri spariti nel nulla.
Conti da pagare e sogni di ricchezza. E lo sforzo di evitare umiliazioni. Ma qual è la molla che può salvare una vita in bilico e cos’è che la fa precipitare? Chi si salva, davvero si salva?
O è destinato per sempre a portare con sé quelle facce, quelle urla, quelle strade? In posti così ci si nasce. E chi ne esce lo fa per un soffio. Per uno scarto minimo. Per un incontro magari. O uno sguardo.
è un’autrice teatrale molto apprezzata.
Lavora stabilmente con la Dionisi Compagnia Teatrale da lei fondata nel 2000, ma collabora con le esperienze teatrali più vitali in Italia e all’estero.
Scrive anche per la televisione e per la radio. Questo è il suo primo romanzo.
Spazio Recensioni
Recensione su L'Arcilettore
Recensione su www.loschermo.it
Recensione sul portale FastWeb
Tre donne, tra rabbia e poesia All'Out Off di Milano lo spettacolo "Eros e Polis". Versi scelti, da Ginsberg a Garcia Lorca
Renata Ciaravino, Silvia Gallerano e Carmen Pellegrinelli in un reading tenero e imperfetto
Katia Ippaso
Milano
[…] Potevo essere io il primo impressionante romanzo della trentaquattrenne Ciaravino (appena uscito per Cadmo) dove si vedono madri tagliare le scarpe da tennis delle bambine per farci stare dentro il piede che si allunga, dove il confine tra salvezza e perdizione è affidato a un niente, uno sguardo, una parola, il tempo dedicato per sbaglio da uno che passa altrettanto per caso su quella stessa strada coi lampioni rotti.
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30 anni prima – il cortile
Agli inizi degli anni Ottanta eravamo parecchi nei nostri cortili pieni di polvere di Niguarda a essere alti un metro e dieci, e ci squadernavamo la testa a imparare la vita.
Tra i parecchi c’eravamo io e Giancarlo Santelli. Io femmina, lui maschio. Per statuto avevamo pochi contatti tra di noi. Io sapevo che esisteva. Non so viceversa.
Quando Giancarlo Santelli ancora non raggiungeva il metro aveva:
i capelli corti col codino ossigenato che gli si appoggiava al collo,
l’orecchino all’orecchio sinistro «ché a destra ce l’hanno i ricchioni!» con una minuscola pietra finta, le unghie delle mani nere perché se le schiacciava sempre in mezzo alle porte,
la bocca rossa.
Quando io il metro l’avevo superato di qualche centimetro avevo:
i capelli ricci castano morto che mia madre provava
a schiarirmi con la camomilla senza risultato,
i piedi che a misurarli erano più lunghi del polpaccio,
gli occhi verdi tipo lago pieno di bottiglie.
Io frequentavo certi bambini, lui certi altri.
Io frequentavo:
Monica Balestra. «È una pezzente di merda!» glielo abbiamo detto tutti almeno una volta, inutili quelli che dicevano il contrario. Ed era pezzente perché sua madre invece di comprarle le scarpe nuove da tennis tagliava la punta di quelle vecchie e le faceva diventare
sandali da tennis. È certo che i genitori a un certo punto della loro vita si dimenticano cosa vuol dire essere figli sennò certe cose non le farebbero, tra queste produrre sandali da tennis con tutta questa disinvoltura. La madre di Monica Balestra faceva l’infermiera di notte, e di giorno era stanca, non capiva molto, forse è per questo che tagliava scarpe da tennis. Abitavano al
quarto piano del mio condominio e c’era sempre puzza d’ospedale a casa loro. Non era vero naturalmente ma tutti bambini dicevano così e questa Monica Balestra ne aveva da star male, io poi di mio una volta le ho anche tirato un pugno perché le avevo chiesto di farmi
provare la sua bici. Non mi sembrava vero che lei, Monica Balestra, con quelle scarpe, quella madre, avesse la bici mentre io no, io che ero grande e grossa non
avevo neanche una bici, neanche una Graziella, lei sì invece, e allora le ho detto: «Fammela provare».
«Mia madre non vuole», mi fa lei e io non capivo come potessero due così: una madre che non c’era mai e una figlia con quelle scarpe decidere qualcosa, non potevano avere un accordo, due così, ero sicura, e allora le ho tirato un pugno, l’ho fatta cadere per terra, le ho fatto sanguinare il naso, ma intanto quella bici non me l’ha fatta provare, se l’è tenuta stretta, tutte e due per terra, lei e la bici. E io mi sono nascosta nel sottoscala del mio palazzo a piangere per avere forzato un pugno che poi non mi era servito a niente. Ma come facevano quelle due ad avere un accordo che io non avevo? Non avevo la bici, non avevo un accordo, non avevo i sandali da tennis tagliati davanti questo è vero, ma li avrei messi se mi avessero dato quella bici… E invece niente. Sono rimasta nascosta tutto il pomeriggio nel sottoscala a contare i piedi delle donne che facevano su e giù per portare la pattumiera e dare da mangiare ai gatti randagi.
Poi c’erano Marco e Christian. Erano due fratelli ed erano ciccioni, due che a guardarli non ci potevi pensare che sarebbero diventati grandi un giorno due così, ti sembrava che l’unica cosa che potessero fare due così era diventare sempre più ciccioni e poi esplodere e quindi scomparire; ed essendo che non avevano futuro ai miei occhi, io organizzavo un gruppo e un pomeriggio sì e uno no li rapivamo.
Con una corda gli legavamo le mani ai pancioni e li portavamo in un posto speciale denominato “sottoscala”. All’ingresso, strattonandoli, gli dicevamo:
«Parola d’ordine!» E loro ovviamente non la sapevano – la parola d’ordine era «Ui scion si Catrin Denov» – e allora via che partivano le ginocchiate.
Ma anche loro avevano un modo per farmela pagare: loro andavano a karate.
Loro sì. Io no. Io andavo solo a vedere le lezioni, seduta, lì, immobile, per un’ora e alla fine chiedevo: «Quanto costa fare karate?» E il maestro cinese mi diceva: «Costa così». E quel «così» ogni giorno mi confermava che io non avrei mai potuto e guardavo questi due ciccioni piegati sulla pancia obesa che salutavano il sole mentre io salutavo il cinese alla fine di ogni
lezione che chissà cosa pensava di me.
E poi c’era Lorenza Cazzador. A conoscere una con un cognome così adesso avrei tanta pena per lei, ma agli inizi degli anni Ottanta Lorenza Cazzador era il mio mito, quella che io volevo essere e non riuscivo, con l’ astuccio sempre pieno di penne nuove e gomme profumate, le scarpe luccicanti, il portachiavi a molla, ero sua amica, lei si fidava di me ma io segretamente la
odiavo, speravo stesse male per impossessarmi del suo astuccio, delle sue scarpe, della sua vita ma, gira che ti rigira, non moriva mai.
Fabrizia Lupi. Questa poi era proprio sola. Si affacciava alla finestra al pianterreno dove viveva. Aveva i capelli color anziano, la pelle sempre screpolata, ogni tanto ci fermavamo a parlare. Aveva il labbro leporino e un difetto di pronuncia, una escie che all’epoca ci sembrava una cosa orribile, da horror, saremmo morti a dire “sciascio” invece che sasso, ma lei non moriva,
anzi, stava alla finestra e ci parlava di sua madre, che pulivano la casa insieme, che facevano la spesa insieme, che facevano i compiti insieme, parlava come una vecchia. A noi bambini ci avevano detto che i suoi erano divorziati, una parola che noi sapevamo significava che il padre l’aveva abbandonata, e quando un giorno gliel’avevo detto: «Tua madre, tua madre, ma tuo
padre dov’è?» Lei mi aveva risposto: «Adesso non c’è, ma guarda che poi viene! viene presto, viene domenica e ci facciamo un giro sul suo taxi».
Andrea Arzuffi. Lo sapevo che non avrei mai dovuto parlare con uno così, ma l’amavo. Mentre cucinavo sampietrini in cortile tutti i pomeriggi di primavera e d’estate a me neanche mi vedeva. Io lo fermavo, gli chiedevo se voleva assaggiarli ma lui neanche mi ascoltava.
E se anche mi ascoltava e mi parlava comunque non andava bene perché mi faceva stare male coi suoi occhi maròn.
Per me era sempre l’apocalisse sia che si fermasse sia che no.
Un giorno che stavo facendo gli involtini con le foglie di siepe mi si avvicinò e mi disse nell’orecchio: «Vuoi venire alle capanne?»
Mirko Nereu e Mirko Tioli avevano costruito vicino agli orti, dietro casa, tre capanne e ci avevamo messo dentro degli asciugamani, delle foglie di fico e ogni tanto ci portavano qualche bambina.
Chi entrava nelle capanne almeno una volta dopo non era più come prima, era più grande, chi rimaneva fuori rimaneva indietro, a cucinare sampietrini.
«No.»
«Lo sapevo.»
Al posto mio ci entrò Luana Capozzi.
Luana Capozzi viveva quel pomeriggio la vita che non avevo avuto il coraggio di vivere io.
Rimase lì dentro un’ora e dopo mi raccontò tutto.
Che lui le aveva tolto le mutande piano pianissimo.
Che le aveva baciato la pancia e che a lei fin lì piaceva.
Che poi si era toccato «lì, in mezzo alle gambe!»
Io ero rimasta tutto il tempo fuori dall’ingresso insieme ad altre bambine a chiederci cosa stessero facendo, sapendolo benissimo. Avremmo dato una mano, perfino una Graziella per entrare anche noi ma sapevamo che a entrare nelle capanne dopo più niente era come prima. Non tutte eravamo pronte. Chi rimaneva fuori guardava poi chi usciva con un
misto di ammirazione e disprezzo. Ma fra le due cose vinceva poi sempre il disprezzo. Ammettere che avremmo dato tutto per farci baciare la pancia, il piede,
il polpaccio da un altro bambino: mai.
Da quel giorno Andrea Arzuffi non ha più parlato a Luana Capozzi, diceva che averla avuta non gliela faceva più desiderare. Ma anche lei non lo salutò più.
Mi raccontò che quando lo aveva visto pulirsi da un liquidino tipo yogurt che gli era uscito dal pisello le aveva fatto molta impressione. Mi aveva detto che aveva sentito un odore forte, acido e che si era spaventata.
Giancarlo Santelli invece frequentava solo quei bambini che avevano sempre le unghie sporche, le canottiere bianche slabbrate e che avevano ripetuto almeno due volte la quinta elementare.
Il bambino che frequentava di più era Denis Rizzo.
Denis Rizzo aveva i capelli rasati perché un giorno sì e due no aveva i pidocchi e a scuola non lo volevano mai. Ma siccome neanche la madre lo voleva tra i piedi, gli rasava la testa e lo rispediva a scuola. La madre di Denis Rizzo era famosa in quartiere perché faceva la
cartomante. Nome d’arte: Cassiopea.
In giro si diceva che in una notte di luna piena un grande fascio di luce fosse entrato nella sua camera e avesse inciso sopra la testata del letto la faccia di Gesù Cristo. Questo era quello che anche lei raccontava quando presentava il conto delle sue fatture.
Il padre di Denis Rizzo era un conoscitore di musica.
La sparava dalle finestre di casa, dall’Alfa 33, se la sparava nel walkman quando girava in quartiere in ciabatte. Il suo mentore era Gigi Finizio, in particolare
la canzone Un cuore nel caffè, anche se poi cominciò ad apprezzare Fausto Papetti con il suo sax erotico.
Un salto di qualità.
[…]