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La storia raccontata
«Come fanno gli alberi a capire che devono fiorire?». Come facciamo noi a capire che è arrivato il momento di seguire la vita? Succede quando smettiamo di conservare i semi e iniziamo a disperderli con generosità. Permettendo agli amori di intrecciarsi, ai desideri di sperare, alle idee di liberarsi dalla loro rigida coerenza. Allora, proprio allora, la nostra presunta stabilità si svolge inaspettata nel mutamento continuo che assomiglia al ritmo delle stagioni. Questa è la storia di Pietro e della sua riconquista della passione per la vita. Tra convivenze complicate, amori omosessuali, figli e nuovi incontri, Antonio Carbone ci regala una storia intrigante, tenera e durissima, forte di una lingua musicale che ha già affascinato molti entusiasti lettori.

L'autore
Antonio Carbone è nato a Benevento nel 1963 e vive a Roma. Ha lavorato per i canali Mediaset, Rai Sat, Rai Educational, Kataweb. Attualmente è programmista regista per Rai 3. Ha collaborato con riviste e giornali e realizzato, con Andrea Serafini, cortometraggi e documentari presentati in diversi festival del cinema. È del 2005 il suo primo romanzo: è acqua di sole, pubblicato per Cadmo come prima storia di «pop-up».



Spazio Recensioni

  • Quando la vita sparge i suoi semi

  • Proprio come il seme lì sotto la terra

    Giuseppe Amoroso, «Gazzetta del sud», 4 luglio 2007

    Basta poco per sentire che l’estate è finita. Una pioggia: ed è già autunno con gli odori risvegliati della terra. Agronomo quarantenne, Pietro sempre più viene assalito, al mattino, da una cupa tristezza che lo costringe a cercare una "sponda" e a vincere il timore dell`ignoto. "Il seme" (Cadmo, pp. 325, euro 11,00) di Antonio Carbone si apre su una domenica che non vuol morire, mentre il sole torna a premere sui vetri col soffio di una luce polverosa.

    Indefinibile eppur tenace, una morsa stringe l`uomo nella solitudine, in quel «senso di tristezza» che finisce per condizionargli l’umore per l’intera giornata. Lontana, in tournée, è la moglie Elena, attrice; immerso nel giro della sua spensieratezza, il figlio Tommaso. Metodico, sempre vigile, Pietro non vuole lasciarsi andare, evita di mitizzare le cose, è ruvido nel gestire i sentimenti. Una frattura si allarga, sottile, fra lui e il «resoconto» offerto dalla vita che cammina secondo le solite tabelle di marcia, le rigide immagini ritagliate da forbici invisibili. L’inquietudine del protagonista si fa narrazione mediante una sequenza di episodi (gran parte giocati sul filo della memoria) dalla struttura descrittiva affidata a un frammentato contrappunto che a poco a poco assume un potere primario.

    Più dei fatti distesi nell’avanzamento regolare, si impone una circolazione di microepisodi sparsi in un’ampia fascia di tempo e portati così a prendere una sorta di vaga forma, un’indeterminatezza che non li sgancia da un fondo di nostalgia. L’idoleggiamento del passato trascina le scene su un piano intimistico, con risvolti piegati verso l’ombra. Non sono sufficienti le continue notizie del mondo, «quello che succe de fuori», le «conversazioni afferrate per strada», le percussioni sul giornaliero, a tenere fermo il piano diretto del racconto e a difenderlo dalle fenditure che si aprono non solo sul passato, bensì anche su un’altra e più spaziosa latitudine, quella della fantasia.

    Si fa largo un piccolo universo ignoto, costruito dalla distanza, da elementi che si scompongono e si alternano, trasgredendo talvolta a un legame vigoroso fra le parti. Si sfoltiscono un po’ le caratteristiche del tormento di Pietro nell’antologia dei ricordi di un’indefinibile suggestione leggendaria, nel cui centro si muove pure una vena di mistero che scaturisce da un’azione incompiuta o appena intravista e avviata nel fondo dell’oblio. Roma, frattanto, si adagia nel volgere dei giorni, pigramente, e si trasforma nei colori. Una metamorfosi che si compie con specularità nell’animo dell’io narrante, nei suoi silenzi, nelle «microtensioni» della casa e nella dolorosa scoperta dell’omosessualità di Elena.

    Via d’uscita è forse sperare che tutto rimanga al proprio posto e che il tempo si fermi cristallizzato nel grigiore della pioggia che continua a cadere. 0 nel «limbo» di un’esistenza spiazzata, inerte. Visi nuovi appaiono e amori in una trasparenza in grado di farli scivolare come nel volo di uccelli che si disegna nel cielo o nel vuoto che trasuda dalle pareti. Un «diario mentale» fa risuonare parole dentro, anche contro la volontà, il «rumore di qualcosa che fa attrito» e il senso di una certezza a cui aggrapparsi, «come il seme che preme sotto la terra». Infine, il sole che si allunga a primavera «rende tutto più lieve».
  • Il seme - Antonio Carbone
    Il seme
    Antonio Carbone

    La copertina:
    Alberto Cirà
    Papaveri (2006)

    acrilico su tela, 120x120 cm (courtesy dell’artista)

    Alberto Cirà è nato a Firenze nel 1959, dove attualmente vive e lavora. Si è laureato all’Università di Firenze in Lettere e Filosofia. Ha ricevuto il B.F.A. in restauro presso la U.I.A. (Università Internazionale dell’Arte) e ha studiato alla scuola di grafica Il Bisonte. Attualmente ha una galleria-studio nel centro di Firenze (www.albertocira.com).
     
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